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Tre eroi inglesi senza tempo: dalla letteratura al cinema

La letteratura inglese è ricca di personaggi che hanno suggestionato la nostra fantasia: elencarli tutti sarebbe impossibile, quindi abbiamo stilato una TOP 3 per ispirarvi.

E se i libri non fanno per voi, potete saltare la fase cartacea per immergervi nella sessione cinematografica: il bello di questi eroi, infatti, è che sono passati facilmente dall’inchiostro alla pellicola.

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Re Artù

Il viaggio nel mondo degli eroi letterari inglesi deve necessariamente da re Artù, il protagonista del ciclo bretone, o appunto arturiano, che dominò la scena medievale affiancato dai celebri Cavalieri della Tavola Rotonda. Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di Mago Merlino, della potente Excalibur conficcata nella roccia, dell’amore tra la regina Ginevra e il cavaliere Lancillotto. “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse” riporta Dante mentre racconta come nacque la passione tra Paolo e Francesca, i due celebri lussuriosi nel canto V dell’Inferno: e il sommo poeta si riferisce proprio al romanzo cavalleresco su re Artù!

Se a scuola la letteratura non era il vostro forte, tranquilli: siamo certi che abbiate apprezzato il cartone Disney “La spada nella Roccia”, un cult degli anni Sessanta, oppure “Il primo cavaliere”, il film con Sean Connery nei panni di un attempato, ma comunque affascinante Artù, Richard Gere come aitante Lancillotto e Julia Ormond come elegantissima Ginevra.

Robin Hood

Dai nobili passiamo al fuorilegge (o nobile decaduto, o giustiziere?) che rubava ai ricchi per dare ai poveri: Robin Hood, un eroe tra mito e realtà, ma soprattutto vestito di verde! La prima immagine che ci sfiora la mente mentre il suo nome si palesa in un pensiero è sicuramente quella di un arciere. La seconda… di una volpe. Già, perché anche qui la Disney ci ha messo, letteralmente, lo zampino, dipingendo Robin e la sua Lady Marian come due volpi, seguiti dall’orso Little John, dal tasso Fra Tuck, dalla gallina Lady Cocca, dai leoni Re Riccardo e Principe Giovanni: e la foresta di Sherwood è davvero al completo! Per i più cinefili non mancano ovviamente le versioni sul grande schermo: quella del 1991 con Kevin Costner e quella del 2010 con Russell Crowe.

Sherlock Holmes

E se l’epica, con le sue magie e le sue avventure non fa per voi, probabilmente avete gusti più moderni e preferite un eroe più intellettuale. Messe da parte spade magiche e archi, si approda nel mondo contemporaneo di Sherlock Holmes, l’investigatore. Siamo nel XIX secolo quando Arthur Conan Doyle inventa l’icona del giallo moderno. Il detective inglese non solo ha ispirato la nascita di tanti altri personaggi – per citarne uno Guglielmo da Baskerville ne Il nome della rosa di Umberto Eco – ma è anche diventato il protagonista del celebre film con Robert Downey JR e Jude Law (nei panni della spalla Watson) e della celebre serie tv Sherlock!
Che siate appassionati di cavalieri o di eroi contemporanei, poco importa: ci sono storie che riescono ad appassionarci a prescindere dal tempo che passa, ma soprattutto dal mezzo che le racconta. Lasciatevi incantare!

Le scrittrici che hanno fatto sognare la letteratura inglese

«Quando leggo di una strega gettata nel fiume, di una donna posseduta dai diavoli, di una levatrice esperta di erbe, o perfino dell'esistenza della madre di qualche uomo notevole, penso che siamo sulle tracce di un romanziere perduto, di un poeta costretto al silenzio, di qualche muta e ingloriosa Jane Austen, di qualche Emily Bronte che si sarà fracassata il cervello fra le brughiere, oppure avrà vagato gemendo per le strade, resa pazza dalla tortura inflittale dal proprio talento. Infatti sarei capace di scommettere che Anonimo, il quale scrisse tante poesie senza firmarle, spesso era una donna.»

Con queste parole Virginia Woolf descriveva perfettamente la difficoltà di affermazione del genio femminile. Una difficoltà che ha attraversato i secoli, ma che ha dovuto fare i conti con il dirompente genio delle donne. Un estro spesso recluso nell’ambiente domestico, che ha lottato per emergere, spesso attraverso uno pseudonimo maschile, solo per ottenere “una possibilità” di essere ascoltato.

E già il titolo del saggio di Woolf, “Una stanza tutta per sé”, allude non solo a quel posto nel mondo che poche donne sono riuscite a conquistare in passato, ma rievoca anche la storia di una di quelle donne, nonché una delle scrittrici inglesi più amate di sempre: Jane Austen.

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Da Jane Austen a Mary Shelley

Ironica, irriverente, assolutamente inimitabile Jane: nessuno che abbia letto Orgoglio e Pregiudizio può dimenticare la verve della sua Elizabeth in un’epoca in cui l’apparenza era davvero il pane quotidiano. Jane, priva appunto di uno studio (perché mai una donna ne avrebbe avuto bisogno?), scriveva in soggiorno celando i propri manoscritti. Ma questa mancata stanza, da un certo punto di vista, fu la sua forza e le permise di osservare tutti i caratteri che attraversavano l’ambiente, per poi ridipingerli e anche parodiarli nei suoi romanzi.

L’altra scrittrice menzionata da Virginia Woolf è Emily Bronte, autrice di Cime Tempestose e sorella di Charlotte, autrice a sua volta di Jane Eyre. Le sorelle Bronte hanno sfornato due capolavori senza tempo della letteratura inglese, che danno parecchio risalto alla figura femminile: in antitesi con la donna vittoriana, le eroine letterarie dell’Ottocento inglese sono appassionate e coraggiose. Questi romanzi danno voce all’universo femminile, che nella realtà veniva relegato in casa a ricamare solo per compiacere un ipotetico marito.

Di tutto altro avviso Mary Shelley, la mamma di Frankenstein. Una donna con una vita travagliata, piena di passioni e dolori, che aveva dentro un bel mostro da tirare fuori, quello della solitudine. Nella sua dotta fantasia, tale creatura prende vita nel laboratorio di un medico portando nel mondo la sua rabbia, metafora dell’essere umano e di tutti i suoi dissidi interiori.

Donne del Novecento

Ma queste, ovviamente, sono solo le protagoniste dell’Ottocento: un secolo prolifero per la penna femminile in Inghilterra. A cavallo tra i due secoli arriverà al galoppo anche Agatha Christie, la “signora in giallo” autrice del celebre Assassinio sull'Orient Express e di tanti altri libri amatissimi in tutto il mondo, oltre alla già menzionata Virginia Woolf.

Cosa dire dei giorni nostri? Un nome tra tutti è quello della scrittrice che ha incantato tutti col suo maghetto: ovviamente stiamo parlando J.K. Rowling, la mamma di Harry Potter!

Tea always. Una storia d’amore lunga oltre tre secoli

Quando si pensa al Regno Unito una delle immagini ricorrenti è senza dubbio quella del tè delle cinque. Un rito, entrato nell'immaginario comune, che ricorda un po' la passione per il caffè espresso che contraddistingue gli italiani.

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Come canta anche Sting in una sua celebre hit: I don't drink coffee, I take tea, my dear. Di fatto gli inglesi sono davvero golosi di tè e non si limitano a berlo alle 5 del pomeriggio! Una frase che sentirete spesso in UK è “tea always”, breve massima che rappresenta perfettamente la passione della popolazione per la bevanda orientale.

Già, perché il tè è arrivato in Inghilterra solo nel 1650, diventando il simbolo per antonomasia dell'aristocrazia.

Col tempo, però, il tea time si diffuse anche nei ceti sociali più bassi. Il prezioso infuso divenne addirittura il protagonista di vere e proprie gare di corsa, tanto che le persone scommettevano sulle clippers, ovvero le navi che lo portavano nel Regno Unito, successivamente sostituite dalle navi motorizzate.

All'inizio il monopolio dell'importazione (prima dall'India, poi dalla Cina) era prerogativa della Compagnia delle Indie, fondata da Elisabetta I. Solo dalla seconda metà dell'Ottocento, grazie al Navigation Act, fu consentito anche alle compagnie estere di commerciare il tè.

Anche le colonie del Nord America apprezzavano molto la bevanda, ma alla fine decisero di boicottarla a causa dell'alta tassazione, troppo a favore della Madre Patria. L'episodio del Boston Tea Party, scintilla della guerra di indipendenza americana, fu significativo in tal senso: un gruppo di ribelli gettò in mare un carico di tè cinese portato da tre velieri nel porto di Boston, in Massachusetts. Chissà se fu proprio questo evento a rendere il tè il simbolo inglese, ma soprattutto a spingere gli americani a prediligere il caffè!

Qualche curiosità sul tè inglese

Perché il latte?

Gli inglesi sono soliti bere il tè con il latte per antica tradizione: pare infatti che l'usanza derivi dalla necessità di non macchiare la porcellana in cui veniva servito l’infuso. Evidentemente, poi, ci hanno preso gusto!

La tazza, questa sconosciuta.

All'inizio il tè veniva usato come medicinale, ma soprattutto non esistevano tazze per berlo: si usavano bicchierini di brandy, di ratafia o di rum. Quando anche gli inglesi iniziarono a produrre la porcellana ad alta resistenza (verso la fine del Settecento) tutti poterono permettersi un servizio da tè.

Modi di dire

Gli inglesi sono soliti usare l'espressione "It's not my cup of tea" quando non gradiscono qualcosa.

Il rito dell'afternoon tea

Il famoso tè delle cinque nacque grazie alla duchessa di Bedford, che era solita farsi servire una tazza accompagnata da pane morbido e torta ogni pomeriggio alle 16, per superare il senso di stanchezza che sentiva tra il pranzo e la cena.

E a voi, come piace bere il tè?

Anglicismi nella lingua italiana: Yes or No?

Furono i primi anni Novanta a lanciare il grido contro gli anglicismi: il libro del linguista Arrigo Castellani aveva un titolo piuttosto eloquente, Morbus Anglicus. Ma non tutti i colleghi erano d’accordo: l’alunno Luca Serianni (oggi uno dei linguisti italiani più noti) all’epoca controbatteva che la presenza degli anglicismi fosse legata principalmente al settore scientifico e non a quello del parlato, e anche un altro grande, Tullio De Mauro, non si preoccupava affatto dell’invasione britannica nella lingua italiana.

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L’invasione digitale

L’egemonia del digitale nel Ventunesimo secolo ha sicuramente dato una spinta alla contaminazione, invertendo però la tendenza precedente: se prima si era più propensi ad adattare l’inglese all’italiano, traducendo letteralmente (basti pensare al calco skyscraper – grattacielo), oggi gli anglicismi vengono accolti naturalmente nella nostra lingua, seppur con qualche incertezza nella pronuncia e nella grafia, ma non solo. Pensate a quante volte ci siamo chiesti se dire film o films o a quante altre volte ci siamo interrogati sul genere di una parola: email sarà maschile o femminile?

L’affermazione del web e dei social network, incrementando l’uso degli anglicismi, ha creato il nuovo fenomeno dell’italianizzazione dei verbi in inglese, a cui viene aggiunta la desinenza della prima coniugazione -are: taggare, postare, spoilerare.

La rete quindi ha decisamente snellito la nostra lingua, rendendola più semplice. Questo potrebbe non essere proprio un vantaggio per i nativi digitali, abituati sin da piccoli alla comunicazione frammentaria del web e quindi all’utilizzo costante della chat (altro termine intraducibile) del loro smartphone.

L’inglese, però, non è protagonista solo della lingua dei giovanissimi: in ambito professionale vengono utilizzate tutti i giorni parole come call, part time/full time, freelance, manager o meeting. Gli influssi anglosassoni si sentono forti anche nella moda (outfit, cool, fashion, trendy), nel cinema (sequel, prequel, spin-off) e nella musica (star, playback, videoclip). Alcuni termini li troviamo in primo luogo sui giornali, coniati dai giornalisti, come ad esempio millennials, altri sono entrati proprio nel parlato senza necessitare nemmeno una traduzione italiana: se per teenager possiamo ancora usare adolescente, non possiamo dire lo stesso della formula "all you can eat" al ristorante.

Paradossalmente il numero degli anglicismi nell’italiano non è direttamente proporzionale al numero di coloro che parlano inglese in Italia. Nel 2018 solo il 43,6% degli italiani ha dichiarato di conoscere la lingua internazionale.

L’ultimo baluardo della lingua del sì forse resta il doppiaggio: in tutto il mondo i film in lingua inglese vengono solo sottotitolati, mentre nel nostro Paese resiste la voglia di “dare voce”, letteralmente, alle pellicole straniere. Questo, se da un lato tiene alto lo stendardo della lingua natale, dall’altro ci penalizza in fatto di comprensione e pronuncia. Siete d’accordo?

Cinque traduzioni che hanno rovinato i titoli dei film

Gli appassionati di lingua inglese o i cinefili che guardano sempre i film in lingua originale (anche in cileno e in mandarino se serve!) si saranno certamente accorti di alcune pessime traduzioni italiane dei titoli di film americani.

Il nostro Paese può senza dubbio vantare il primato per il doppiaggio delle pellicole straniere e per l’alta professionalità dei nostri doppiatori, ma non si distingue per la resa dei titoli, il più delle volte banalizzati e resi molto mainstream.

Esigenze di marketing o pigrizia del traduttore? Fatto sta che tradurre male il titolo di un film è una grossa responsabilità nei confronti di chi decide di andare oppure no al cinema proprio perché guidato dal titolo.

Ecco una lista degli esempi più eclatanti della tendenza a modificare i titoli senza apparente motivo: quello che sembra evidente è che i titoli italiani sono molto meno neutrali di quelli originali e hanno la pretesa di spiegare la trama del film in poche parole, spesso con scarsi risultati.

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      1. Non aprite quella porta – “The Texas Chainsaw Massacre”

Il film che ha dato vita a uno dei più grandi serial killer della storia del cinema ha un titolo molto differente da quello che lo ha reso celebre in Italia. Chi avrà visto l’originale, i sequel, il prequel e i vari remake, probabilmente avrà notato la motosega che caratterizza l’assassino Leatherface, ma, a distanza di quarant’anni, si starà ancora chiedendo dove caspita si trovi la porta da non aprire!

2. Pirati dei Caraibi: La Maledizione della Prima Luna – “Pirates of the Caribbean – The Curse of the Black Pearl“

Se la scelta di “Non aprite quella porta” potrebbe essere comprensibile per rendere il titolo più appetibile al pubblico italiano, c’è da chiedersi per quale motivo la Perla Nera si sia trasformata in una Prima Luna, soprattutto alla luce del fatto che la Perla Nera è la nave maledetta protagonista del film e che i pirati non sono affiancati dai licantropi!

3. Un amore all’improvviso – “The Time Traveller’s Wife”

The time traveller’s wife è un bellissimo film tratto da un bestseller internazionale. La storia d’amore tra Clare ed Henry attraverso il tempo è assolutamente indimenticabile. Il titolo “Un amore all’improvviso” non solo fa sembrare questo film una commedia da quattro soldi, ma non consente allo spettatore di intuire la trama della pellicola, basata proprio sui viaggi nel tempo del protagonista.

4. Se mi lasci ti cancello – “Eternal Sunshine of a Spotless Mind”

Se mi lasci ti cancello è forse l’esempio più tragico di traduzione. Il titolo originale è un verso tratto da "Eloisa to Abelard” di Alexander Pope. Possiamo accettare che non venga tradotta letteralmente la frase poetica, ma usare un titolo come “Se ti lasci ti cancello” per un film profondo, psicologico e introspettivo come quello in cui Kate Winslet e Jim Carrey si innamorano è incomprensibile. Anche se il titolo italiano sintetizza la trama del film, anche stavolta mortifica l’intensità di una pellicola che meriterebbe un biglietto da visita assai più elaborato, per la sua complessità.

5. Tutti Insieme Appassionatamente – “The Sound of Music”

Chi non ricorda la stravagante Maria interpretata da Julie Andrews? La sua storia ha fatto il giro del mondo al cinema e a teatro colpendo il pubblico proprio per l’importanza che l’educatrice dà alla musica per entrare in contatto con i figli del comandante Georg Ritter von Trapp. Eppure, la musica è stata esclusa totalmente dal titolo italiano ed è stata sostituita da una frase che risulta una sintesi poco imparziale della trama del film.


La traduzione è un atto delicato e raffinato, pertanto necessità di responsabilità e sensibilità, sia nei confronti del prodotto originale (e dei rispettivi autori) che del pubblico a cui si propone. Quando traducete, abbiate sempre rispetto della lingua di provenienza e dei suoi significati!

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